Ti appoggi allo schienale del lavandino.
“E adesso?”
"Ve l'ho detto perché non potevo iniziare un matrimonio mentendo al buio e fingendo che fosse tenerezza."
Lo fissi.
La cosa più crudele della verità è che può arrivare tardi ed essere comunque vera.
Trascorri il resto della notte sul divano.
Non ti chiede di restare. Ti porta una coperta e un bicchiere d'acqua e li lascia entrambi sul tavolino come offerte su un altare che potrebbe accettarli o meno. In camera da letto, lo senti muovere una, due volte, poi più nulla. Il sonno non arriva mai per te. Solo il ricordo.
Ricordi tua madre dopo l'incendio, seduta sul bordo del tuo letto d'ospedale con la borsa in grembo e la stanchezza impressa su ogni ruga del suo viso. Aveva lavorato come addetta alle pulizie in tre uffici, con le ginocchia gonfie e i polsi sempre doloranti, eppure, quando la tua disperazione si trasformò in qualcosa di orribile, lei la affrontò con la pazienza delle sante e delle donne che sanno che la santità è solo un altro lavoro non retribuito. "Chiunque può amare ciò che è facile da guardare", ti disse una volta mentre ti aiutava a cambiare le medicazioni. "Questo non è carattere. È vista."
In quel momento, avevi quasi riso.
Ora, alle quattro del mattino, la frase ritorna come una mano sulla spalla.
All'alba, la tua decisione non è drammatica. È stanca.
Prepara una piccola borsa.
Quando Obinna esce dalla camera da letto, ha l'aspetto di un uomo che non ha dormito. La luce del mattino gli illumina il viso in un modo che lo fa sembrare più giovane e fragile di quanto non fosse la sera prima. Tu provi risentimento per quella sua fragilità perché tu stessa ne sei completamente priva.
"Vado da mia madre", dici.
Lui annuisce. "Vuoi che venga con te?"
"NO."
"Vuoi che le spieghi qualcosa?"
"Lei è già convinta che gli uomini siano una specie deludente. Non faresti altro che confermare le sue convinzioni."
Un accenno di sorriso gli sfiora le labbra e scompare. Almeno sa che non deve chiedere se stai scherzando.
Ti accompagna comunque fino alla porta. Sulla soglia dice: "Eden... Adaeze... userò qualsiasi nome tu voglia da me".
Lo osservi a lungo.
«Il mio», dici infine. «Usa il mio.»
Abbassa lo sguardo. "Adaeze."
Il suono di questa frase fa più male del previsto. Non perché sia sbagliato. Perché è giusto.
Tua madre vive dall'altra parte della città, in un palazzo con la vernice scrostata e vicini che sanno fin troppo degli affari di tutti. Ti apre la porta avvolta in un pareo e un foulard, ti scruta la borsa porta abiti e il borsone da viaggio e dice: "Beh. O la prima notte di nozze è stata terribile, oppure sei venuta a sfoggiare gli avanzi della torta."
Sei scoppiata in lacrime prima di rispondere.
Ecco come si conclude la prima settimana di matrimonio.