Quando la canzone finisce, all'inizio nessuno applaude.
Non perché non fosse bella, ma perché sembra sbagliato ridurla a un semplice applauso.
Il silenzio è denso, sacro e inquietante.
Poi una persona, una donna anziana vicino alle prime file, si porta una mano alla bocca e inizia a piangere.
Un attimo dopo, un uomo si alza, con il viso pallido, e applaude una volta, lentamente, pesantemente.
Gli applausi si intensificano, ma non sono di festa.
Sono di riconoscimento.
È il suono di una sala che si rende conto di aver appena assistito a una pubblica disfatta.
Davi fa un passo avanti bruscamente, strappando il microfono dall'asta come se potesse riprendere il controllo stringendo tra le mani un oggetto metallico.
"Basta", sbotta, con voce tagliente.
"Questo è inappropriato. Lei è confusa. Sta male."
Lídia lo guarda con calma dalla sua sedia a rotelle.
Poi alza leggermente il mento.
«Malato non significa stupido», dice, e la folla sussulta come se fosse stata svegliata di soprassalto da uno schiaffo.
Bianca si muove troppo velocemente, afferrando il polso di Davi.
Sussurra a denti stretti: "Cosa hai portato al mio matrimonio?".
Il viso di Davi è imperlato di sudore, quel tipo di sudore che viene dalla paura, non dal caldo.
"Io?" sussurra lui di rimando. "È lei che mi sta facendo questo."