Poi, con un gesto lento e ponderato, fruga nella borsa ed estrae una cartella.
Documenti, ordinati e non disordinati, ma ben organizzati, come quelli di una donna che ha passato notti intere a prepararsi per la guerra.
Li mostra a tutti i presenti.
«La tua coordinatrice mi ha fatto firmare un contratto», dice.
«Contiene una clausola che i tuoi pensavano non avrei letto».
Guarda Davi dritto negli occhi.
«Dice che rinuncio al mio diritto di parlare pubblicamente del divorzio, dell'abbandono e di qualsiasi danno finanziario causato».
Un sussulto di sconcerto percorre la stanza.
Perché ora non è più solo una storia.
È coercizione scritta a inchiostro.
Lídia continua, con voce ferma.
«Quindi voglio che tutti sappiano perché canto».
«Canto perché mi rifiuto di essere comprata e ridotta al silenzio».
Fa una pausa, lasciando che le parole successive le colpiscano come pietre.
«E perché ho già inviato copie di questo contratto a un giornalista… e a un avvocato».
Il viso di Bianca impallidisce.
L'espressione di Davi si trasforma in puro panico.
Si lancia in avanti, ma la sicurezza interviene immediatamente, incerta su chi stia proteggendo ora, certa solo di essere osservata dalle telecamere.
Per un attimo, sembra che il caos stia per travolgere la sala da ballo.
Poi Caio, un piccolo cugino portatore degli anelli o un bambino invitato, inizia a piangere, sopraffatto dall'emozione.
Quel suono riporta tutti alla realtà: questo è un matrimonio, e lo stanno rovinando davanti ai bambini.
Lídia alza di nuovo una mano, non per impartire un ordine, ma solo per chiedere spazio.
Parla a bassa voce nel microfono che ora poggia sulle sue ginocchia.
"Non è per fare scena", dice.
"Questo è ciò che accade quando si trattano gli esseri umani come oggetti di scena."