Rodrigo si bloccò a metà passo, con le mani protese in aria e gli occhi sgranati per lo shock. Inés respirava affannosamente. Il suo petto si alzava e si abbassava rapidamente, ma non si sedette di nuovo. Con passi brevi, trascinati e agonizzanti, schivando con cautela i frammenti di porcellana rotta, camminò lentamente fino a trovarsi esattamente tra l'uomo d'affari infuriato e il giovane impiegato ancora inginocchiato a terra. Inés, nella sua camicetta giallo pallido, con le spalle curve, si fermò davanti al figlio milionario.
Era uno scudo umano, un fragile, tremante e sacro scudo di vetro, pronto a frantumarsi piuttosto che permettere a qualcuno di fare del male alla ragazza che le aveva ridato la vita. "Signora Inés, no, per favore, si sieda, le fa male", implorò Lucía dal pavimento, allungando una mano per toccare delicatamente la caviglia dell'anziana, terrorizzata dalle conseguenze di un simile sforzo fisico. Inés ignorò Lucía. Il suo sguardo, insolitamente acuto e ardente, era fisso negli occhi di Rodrigo.
Il milionario si sentì rimpicciolire sotto il peso di quello sguardo. Erano passati anni da quando sua madre lo aveva guardato negli occhi con tanta intensità. Non lo guardava con il vuoto della demenza. Lo guardava con delusione. "Non gli urlerai contro", disse Inés. La sua voce tremava per l'affanno, ma ogni parola era pronunciata con agghiacciante chiarezza. "In questa casa, non si urla contro le persone di buon cuore." Rodrigo deglutì, sentendo un pugno invisibile stringergli la gola.
«Mamma, ti prego, sei confusa?» Rodrigo cercò di controbattere, usando il suo tono condiscendente, lo stesso che usava quando Inés aveva dei crolli nervosi. «Questa donna ti sta facendo del male. Ha infranto le regole mediche, ti ha dato del cibo che potrebbe ucciderti. Sto cercando di proteggerti. Devi tornare sulla tua sedia. Ti farai del male.» «Bugie.» Inés lo interruppe, alzando una mano tremante e puntandola direttamente al petto del figlio. «Non mi stai proteggendo, mi stai tenendo rinchiusa.» Il silenzio che seguì a quella dichiarazione fu assoluto.
Sembrava che l'aria stessa fosse stata risucchiata dall'immensa casa. Inés iniziò ad ansimare. La stanchezza minacciava di sopraffarla, ma il suo istinto materno, scatenato dalle grida della giovane donna alle sue spalle, ardeva più forte di qualsiasi disturbo neurologico. La sua mente era a pezzi; non sapeva che giorno fosse, non ricordava cosa avesse mangiato a colazione e a tratti dimenticava persino che sua figlia Mariana era morta. Ma le sue emozioni primordiali – amore, paura, ingiustizia e solitudine – rimanevano immutate.
nel profondo del suo essere. «Non so come ti chiami», sussurrò Inés, guardando Rodrigo con una dolorosa confusione che frantumò l'anima dell'uomo d'affari in mille pezzi. «A volte so che sei mio figlio. Altre volte vedo solo un uomo crudele vestito di nero che entra in casa mia per darmi ordini e costringermi a ingoiare pillole che mi tengono sveglio». Rodrigo sentì la terra aprirsi sotto i suoi piedi italiani. Il suo stesso corpo iniziò a tremare.
L'uomo potente e intoccabile stava crollando completamente di fronte alle fragili parole della madre malata. "Mi chiamo Rodrigo, mamma. Sono tuo figlio. Faccio tutto questo per te. Pago ogni cosa perché tu possa vivere", balbettò, con le lacrime che gli riempivano di nuovo gli occhi, la sua corazza che si incrinava irrimediabilmente. "Allora, se sei mio figlio, perché mi lasci sola?" chiese Inés. La domanda non conteneva malizia, solo un'innocente e profonda tristezza. "Perché permetti a quegli uomini in camice bianco di legarmi al letto quando ho paura?"