Deglutì a fatica, ricordando la voce del nonno che gli risuonava nella mente, la quale gli diceva di fidarsi di ciò che vedeva anche quando tutti gli altri distoglievano lo sguardo.
«Aspetta», disse Leo, con voce flebile ma ferma, rompendo il silenzio sterile che seguì la linea piatta sul monitor.
Uno dei medici aggrottò la fronte, già irritato, già esausto, già convinto che non ci fosse più nulla da fare in quella stanza piena di fallimenti.
«Sicurezza», disse bruscamente, «allontanate subito il ragazzo prima che contamini...»
«Non è un tumore», interruppe Leo, facendo un altro passo avanti, senza mai distogliere lo sguardo dal collo del bambino, come se la risposta risiedesse lì.
Nella stanza calò un silenzio tombale, non per incredulità, ma per lo stupore nel vedere un bambino di strada osare parlare sopra otto specialisti addestrati.