Ho contato ogni colpo perché contare era l'unica cosa che la mia mente riusciva ancora a fare.
Uno.
Due.
Tre.
La mazza da baseball decorativa produceva un suono sordo e sgradevole ogni volta che atterrava.
Non il suono netto e nitido che si sente in uno stadio.
Non quel suono acuto per cui la gente esulta sotto i riflettori.
Era più pesante, più austero, inghiottito da pavimenti di marmo, pareti costose e quel tipo di silenzio che i ricchi scambiano per buone maniere.
Al quindicesimo colpo, il dolore aveva smesso di presentarsi come dolore.
Si fece caldo.
Poi la pressione.
Poi la distanza.
Avevo il labbro spaccato, la bocca sapeva di rame e, da qualche parte tra l'ottavo e l'ultimo colpo, ho smesso di cercare mio figlio nell'uomo che mi stava sopra.
Quella sera Derek non sembrava il mio ragazzo.
Sembrava uno che portava fuori la spazzatura.
Sua moglie, Lucia, sedeva sul divano con le braccia incrociate.
Non ha urlato.
Lei non si alzò.
Non ha pronunciato il suo nome.
Sul suo volto si leggeva la fredda pazienza di chi ha aspettato anni per vedermi cadere a terra.