Il fienile odorava di umidità, di paglia vecchia e di quel dolce aroma polveroso di tempo che si era fermato. Bianca illuminò il luogo con la luce. C'erano le pile di foraggio. C'era la vecchia trebbiatrice che Carlos non aveva mai voluto vendere. C'era l'angolo dove teneva l'erba medica essiccata per l'inverno. Tutto sembrava in ordine. Bianca tirò un sospiro di sollievo. Oh, vecchia pazza, hai paura della tua stessa ombra? Si rimproverò, sentendo le gambe vacillare per il sollievo.
Doveva essere l'aria, nient'altro. Abbassò la torcia, pronta a voltarsi e tornare nel suo letto freddo, ma poi lo sentì. Non era un botto, non era un urlo, era un suono molto più terrificante per la sua fragilità, un sospiro, un lamento sommesso, quasi impercettibile, come quello di un gattino malato. Bianca si era bloccata. Lentamente, molto lentamente, sollevò di nuovo il fascio di luce, dirigendolo verso l'angolo più lontano dietro alcune balle di fieno che usava come isolante.
La luce tremolante illuminò qualcosa di giallo. Bianca socchiuse gli occhi. Cos'era? Un uomo avvolto in un mucchio di abiti larghi fece un passo avanti, i suoi stivali scricchiolavano sulla paglia. Fece un altro passo, e poi la realtà la colpì come un fulmine. Portò la mano libera alla bocca per soffocare un urlo. La torcia gli scivolò quasi dalle dita intorpidite. "Sangue di Cristo", esclamò con un sussurro soffocato. Lì, rannicchiate su un nido improvvisato di fieno secco, c'erano tre bambine.
Non una, ma tre. Erano identiche. Tre gocce d'acqua, tre minuscole bambole di carne e ossa con capelli dorati, arruffati e incrostati di fango. Indossavano leggeri abiti estivi gialli, del tutto inadatti alla furia dell'inverno che imperversava fuori. Si stringevano l'una all'altra, formando una palla compatta di arti intrecciati, cercando disperatamente di conservare quel poco calore corporeo che era rimasto loro. Bianca si immobilizzò, paralizzata da una sorta di terrore mistico. Per un istante, la sua mente di donna di campagna, cresciuta tra preghiere e leggende, pensò che fossero apparizioni.
Potevano essere folletti, anime perdute, angeli caduti dal cielo durante la tempesta. Ma poi quella in mezzo tremò violentemente per il freddo, e quel movimento, così umano, spezzò l'incantesimo soprannaturale. Non erano fantasmi; erano ragazze. Vere ragazze, che respiravano, che soffrivano vive. Bianca sentì un dolore acuto al petto, una fitta fisica di compassione che quasi la piegò in due. Dimenticò la paura, dimenticò il fucile immaginario, dimenticò il dolore dell'artrite. Le si avvicinò, inginocchiandosi nella paglia umida, senza curarsi di sporcarsi la camicia da notte.
«Poverine, ragazze mie, poverine», mormorò, avvicinando con cautela la luce per non spaventarle se si fossero svegliate. Vedendole da vicino, il suo cuore si spezzò in mille pezzi. Le loro labbra erano viola per il freddo. Le loro scarpe di vernice erano graffiate e coperte di fango. Accanto a loro, come un cane fedele, giaceva una vecchia valigia di cuoio, consumata e segnata, proprio come l'anima di Bianca. Bianca allungò una mano, tremante, e toccò la guancia della ragazza più vicina.