«Figlie mie, restate unite», mormorò Ivan tra un respiro affannoso e l'altro, stringendo la mano di Laya mentre cercava di raggiungere le altre due che ora erano inginocchiate accanto a lui. «Non fermatevi mai, promesso». Quando finalmente arrivò l'ambulanza, con le luci lampeggianti e la sirena che ululava lungo la strada silenziosa, i paramedici agirono rapidamente. Controllarono i parametri vitali di Ivan, gli somministrarono i farmaci di emergenza e lo adagiarono sulla barella con movimenti precisi ed efficienti. Le tre gemelle osservavano tutto con gli occhi spalancati, aggrappandosi l'una all'altra, come se stessero già mettendo in pratica la promessa che il padre aveva chiesto loro.
Il vicino cercò di confortarle, ma le sue parole sembrarono provenire da lontano, soffocate dal ronzio di paura che riempiva le orecchie delle ragazze. "Potete venire con lui in ambulanza?" chiese uno dei paramedici, notando la disperazione negli occhi delle ragazze. "Siete le sue figlie, vero? Venite. State insieme. Vostro padre ha bisogno di voi ora." Il tragitto verso l'ospedale fu un susseguirsi confuso di luci, suoni e paura. Sedute su una piccola panca all'interno dell'ambulanza, le tre ragazze si tenevano strette per mano mentre guardavano i paramedici soccorrere il padre.
Ivan, ora con una maschera per l'ossigeno che gli copriva parte del viso, teneva gli occhi fissi sulle figlie ogni volta che il dolore glielo permetteva. In quello sguardo c'era una silenziosa supplica, un invito a rimanere forti, unite, come lo erano sempre state fin dalla nascita. "Starà bene. Ti prego, dimmi che starà bene", chiese Iris al paramedico che monitorava i parametri vitali di Ivan. "È il miglior padre del mondo. Non ce la farà. Non ce la farà."