I tre gemelli fissarono con terrore lo sconosciuto ormai privo di sensi davanti a loro. Per un attimo rimasero immobili, paralizzati dall'indecisione e dalla paura. L'uomo era sembrato sinceramente preoccupato, a differenza degli assistenti sociali che li avevano inseguiti. Ma era pur sempre un adulto. E degli adulti, per quanto ne sapevano ora, non ci si poteva fidare, fatta eccezione per il padre che avevano perso. "Cosa facciamo adesso?" chiese Isabel, la secondogenita, tremando per la paura e il freddo, il suo sguardo analitico che valutava la situazione.
E se stesse fingendo per incastrarci? Voglio aiutarlo, ma se vi perdessi tutti? Laya, sempre la leader, osservò attentamente l'uomo caduto. C'era qualcosa di autentico nel suo malore: il pallore improvviso, il sudore freddo che gli imperlava la fronte nonostante la pioggia, il respiro affannoso. Le ricordò dolorosamente i sintomi che suo padre aveva manifestato prima di essere portato d'urgenza in ospedale. Il ricordo era troppo vivido, la ferita ancora aperta. "Non possiamo lasciarlo qui sotto la pioggia", rispose Laya, avvicinandosi con cautela allo sconosciuto.
«Morirà come papà se non facciamo niente. Dobbiamo fare la cosa giusta. Dobbiamo aiutarlo.» Iris e Isabel si scambiarono sguardi incerti, ancora preoccupate per la decisione di Laya. La pioggia continuava a cadere implacabile, inzuppando ulteriormente i loro vestiti già fradici e l'uomo privo di sensi ai loro piedi. Il vicolo buio, illuminato solo dalla debole luce del cellulare caduto, sembrava ancora più minaccioso ora che avevano un adulto privo di sensi di cui prendersi cura. Per un breve istante, esitarono tutte, combattute tra la paura degli adulti sconosciuti e l'istinto di aiutare qualcuno in pericolo, un istinto che il padre aveva instillato in loro fin da piccole.