Fu ritenuta inadatta al matrimonio, così nel 1856 suo padre la diede in sposa alla schiava più forte, Virginia.

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Odiavo il suo ragionamento. "Posso vederlo?" Parlargli, davvero, prima di prendere questa decisione per conto nostro? "Certo." Domani.

La mattina dopo riportarono Josiah a casa. Ero seduto vicino alla finestra del soggiorno quando sentii dei passi pesanti nel corridoio.

La porta si aprì ed entrò mio padre, poi Josiah dovette chinarsi, letteralmente, per infilarsi sotto lo stipite.

Oddio, era enorme! Era alto quasi due metri, muscoloso e muscoloso, le sue braccia sfioravano a malapena lo stipite della porta e le sue mani portavano i segni di bruciature causate da una fucina che sembrava stesse frantumando pietre.

Aveva il viso rugoso, una folta barba e i suoi occhi guardavano intorno nella stanza, senza prestarmi attenzione.

Stava lì con la testa leggermente china e le mani giunte, nella posa di uno schiavo in una casa bianca. Il soprannome "bestia" era più che meritato: sembrava capace di fare a pezzi una casa a mani nude.

Poi mio padre parlò: "Josiah, questa è mia figlia, Elilapar." Mi guardò negli occhi per un attimo, poi tornò a guardare a terra.

"Sì, signore." La sua voce era sorprendentemente dolce, profonda, eppure calma, persino gentile. "Elilapar, ho spiegato la situazione a Josiah." Capisce.

«Sarà lui a prendersi cura di te.» La mia voce tornò, anche se tremante.

"Josiah, capisci cosa sta proponendo mio padre?" Mi lanciò un'altra rapida occhiata. "Sì, signorina." Sarò tuo marito. Ti proteggerò, ti aiuterò.