Il dottor Acosta strinse la mano di Elena, con espressione cupa. "Questa è più di una semplice negligenza. E grazie a te, Patricia, non sono sfuggiti alla punizione."
Patricia guardò le sue bende. Un semplice ritardo scolastico l'aveva catapultata nel mezzo di una cospirazione. "E ora?" chiese. "Ora proteggeremo tutti e sventeremo questo nido di vipere", rispose Mendoza. "E parleremo alla sua scuola della sua assenza. Ha salvato delle vite." Elena si avvicinò, con un'espressione più calma. "Non ha solo salvato mio figlio. Forse ha contribuito a far emergere qualcosa che salverà altre vite." Come a confermare le sue parole, l'urlo di Benjamin echeggiò nella stanza accanto: un urlo forte ed energico che strappò un sorriso a tutti e ricordò loro quanto fossero andati vicini al peggio.
Patricia si rilassò per la prima volta da quando aveva lasciato la Mercedes nera. Molti interrogativi rimanevano, ma per ora, quell'urlo fu sufficiente a rassicurarla di aver fatto la cosa giusta.
Scese la notte quando Patricia tornò a casa, scortata da un agente di polizia. Sua madre, Ana, la aspettava sulla soglia, combattuta tra preoccupazione e sollievo. La scuola aveva segnalato la sua assenza, ma il quartiere era già pieno di notizie. "Figlia mia coraggiosa", sussurrò Ana, abbracciandola forte mentre l'agente le spiegava la situazione e la necessità di discrezione. Nella piccola cucina, Patricia sedeva mentre sua madre preparava il mate. Il rituale familiare la calmò un po', anche se le immagini della giornata continuavano a riaffiorarle nella mente. "La preside ha chiamato di nuovo", disse Ana, versandole il mate. "Dopo aver scoperto cosa hai fatto, ha ritirato l'avviso di ritardo e vuole vederti domani". Patricia annuì distrattamente. Il suo telefono vibrò: un messaggio del dottor Acosta. "Teresa ha lasciato una lettera. Puoi venire in ospedale domani? Sono più di quanto pensassimo".